neparlo.it

Curiosità

Come Guadagnare in Borsa: il caso Jonathan Lebed

Come Guadagnare in Borsa: il caso Jonathan Lebed
7 aprile 2013 by Roberto Zaccaria in Curiosità con 0 Commenti

Jonathan Lebed è un ragazzo statunitense originario di Cedar Grove, in New Jersey, accusato di guadagno illecito attraverso internet.

Lebed, tra il settembre del 1999 e il febbraio del 2000, ha guadagnato centinaia di migliaia di dollari pubblicando su chat room e forum messaggi che incoraggiavano gli investitori ad acquistare azioni già di suo possesso e che, secondo la Securities and Exchange Commission (SEC), alzavano artificialmente il prezzo delle stesse.

Le scorribande azionarie di Jonathan non potevano passare inosservate. E non potevano non fare arrabbiare i professionisti della Borsa, i suoi potenti angeli custodi. La SEC (Security and Exchange Commission, l’organismo che controlla la regolarità delle transizioni di Wall Street – l’equivalente dell’italiana Consob) decise di muovere guerra in grande stile al ragazzino impertinente.

I pezzi grossi di Wall Street non ce l’avevano con Jonathan perché giocando in Borsa aveva messo insieme tanti soldi. Questo lo fanno in tanti.

Il peccato che aveva commesso Jonathan era quello di aver accumulato una fortuna comprendendo i meccanismi che regolano il mercato, per poi utilizzarli a proprio vantaggio. Jonathan, esattamente come i grandi finanzieri, aveva manipolato il mercato. E quindi, incidentalmente, aveva mostrato al mondo che il mercato è manipolabile.

Aveva svelato il trucco. E questo non poteva essere perdonato.

Insomma, Jonathan era un virus. Un baco nel sistema, una anomalia, un buco nel muro dal quale si rischiava di far vedere al mondo che il re è nudo, e che l’alta finanza è un gioco per volponi. Jonathan era un pericolosissimo rompiballe da fermare, ridurre al silenzio e punire in modo definitivo e spettacolare.

E allora la Security and Exchange Commission convocò nel suo quartier generale di Washington D.C. il giovane Lebel per rispondere di una serie di accuse vaghe e terrificanti. Obiettivo: recuperare tutto il denaro guadagnato dal ragazzino, ma sopratutto dimostrare al mondo che certi giochetti non si possono fare. O meglio: si possono fare, ma solo se si fa parte del club.

Il ragazzino, in quanto minorenne, si presentò agli interrogatori accompagnato dalla madre e da un avvocato – il padre, cardiopatico e incazzereccio, venne prudentemente lasciato a casa.

Jonathan partì subito con il piede sbagliato, facendo ulteriormente incavolare la già abbastanza furibonda commissione federale. Pretese infatti di presentarsi all’interrogatorio su un fiammante mega-SUV Mercedes fresco di concessionario, ovviamente pagato con quei soldi di cui la SEC chiedeva la restituzione. Quel SUV, che gli uomini di Wall Street interpretarono (giustamente) come uno sberleffo, divenne immediatamente una questione di principio per entrambe le parti, e non contribuì di certo a inquadrare in un clima di serenità il dibattito.

Ma il cuore della battaglia si svolse nelle austere stanze della Security and Exchange Commission.

Da un lato del tavolo, i Men in Black federali. Funzionari, avvocati e burocrati d’assalto, con i modi tipici degli agenti della CIA cinematografici: fredda cortesia, fare inquisitorio, domande serrate, gran svolazzo di documenti legali.

Dall’altro lato, uno stravagante presepio. Una signora confusa e agitatissima, che pur non avendo ben chiaro cosa avesse combinato il suo bambino badava a ripetere che “è un così bravo ragazzo, studia tanto”.

Accanto a lei, un avvocato di provincia, l’unico dei tre forse a rendersi conto del luogo in cui si trovava, che zampillava sudore come una fontana di Versailles. Il poveretto era impegnato su quattro fronti contemporanei: far tacere la signora, rispondere alle accuse, mantenere il dibattito su toni distesi, e soprattutto impedire che Jonathan potesse aprir bocca e peggiorare la situazione.

E infine lui, l’eroe. Un adolescente mezzo sbragato sul seggio dell’imputato. Muto, sbadigliante, apparentemente distratto, concentrato soprattutto sul suo chewing gum, e per niente impressionato dall’ambiente e dalle cariche dei suoi inquisitori.

Lo “scontro epocale” fu una meravigliosa battaglia psicologica. I bulldog di Wall Street non avevano in mano nessuna prova concreta, né di un reato né del fatto che quello che aveva fatto Jonathan potesse effettivamente essere considerato un reato. Ma la posta in gioco era stratosferica: se Jonathan fosse risultato non colpevole di qualcosa (di qualsiasi cosa), il giorno dopo migliaia di altri Jonathan sparsi per gli Stati Uniti avrebbero potuto cercare di imitarlo, inondando Wall Street di ordini di acquisto e di vendita del tutto fuori controllo. E il delicato meccanismo che assicura soldi ai potenti e perdite per tutti gli altri ne sarebbe stato inesorabilmente travolto.

Sfortunatamente per loro, però, Jonathan non aveva apparentemente infranto nessuna legge. Per questo motivo, gli azzeccagarbugli federali cercarono di buttarla sull’intimidazione, e partirono all’attacco. Pretesero una completa ammissione di colpa per aver usato mezzi illeciti e aver causato turbative di mercato, con conseguente restituzione di tutti i soldi guadagnati e pubbliche scuse. E restituzione del SUV.

Jonathan però non aveva l’età per essere spaventato dalle istituzioni. Mentre sua madre farfugliava scuse generiche e l’avvocato si scioglieva in cisterne di sudore, l’imputato se ne fregava di tutto e di tutti, e restava zitto. Soltanto alla sera, da casa, rispondeva con il mezzo a lui più congeniale: la posta elettronica. E le sue risposte erano talmente precise e inattaccabili che il giorno successivo, quando riprendeva il dibattimento, gli accusatori si presentavano sempre più inferociti, e più frustrati.

La sintesi delle argomentazioni di Jonathan è questa:
Voi, disse l’Harry Potter della finanza, mi accusate di aver diffuso notizie false per accrescere il valore delle azioni in mio possesso. Beh, non erano notizie false: erano le mie previsioni. E, a quanto pare, erano ottime previsioni. Se intendete che fossero “false” perché non supportate da nessuna prova tangibile, allora vi dico che tutti i banchieri, gli analisti di borsa, i giornalisti economici, i consulenti finanziari, e tutti i broker del mondo fanno esattamente la stessa cosa: fanno previsioni. Solo che loro non ci prendono sempre. Io sì.

Anzi: loro sottostimano il valore delle azioni che posseggono, per amplificare l’effetto della speculazione. Da piccolo (sic) io mi limitavo a copiare le loro valutazioni, maggiorandole un po’. Poi ho capito che potevo fare di meglio. E’ inutile che mi accusiate di aver mentito o aver diffuso informazioni non provate: ho solo fatto quello che fanno tutti quelli che operano in Borsa, da sempre. Ho dato dei consigli, e oltretutto mi sono attenuto strettamente io stesso ai miei consigli. Cosa che voi non fate quasi mai, e spesso rovinate la gente.

Io invece ho sempre dato consigli in buona fede. Perché le azioni che indicavo le avevo comprate anch’io.

C’è gente che mi ha seguito, e ha fatto molti soldi. Quelli che sono arrivati per ultimi, come è normale che accada, ci hanno rimesso. E’ il mercato che funziona così.

Le argomentazioni di Jonathan erano talmente semplici e cristalline da non lasciare spazio per repliche sensate. I funzionari della Security and Exchange Commission rasentarono a più riprese il colpo apoplettico, ma non riuscirono a trovare una falla nel ragionamento del maghetto. Per inchiodare il furfantello fecero appello, a caso, a vaghi princìpi, a stravaganti norme deontologiche, a sconosciute norme etiche. Sassi in uno stagno. La logica stringente del sempre più annoiato Jonathan non lasciò loro scampo.

Alla fine, il 21 settembre 2000 la SEC alzò bandiera bianca. Le parti si accordarono per la restituzione poco più che simbolica di 285.000 dollari (a fronte degli 800.000 accumulati da Jonathan), e la chiusero lì. Inutile dire, secca sconfitta per la SEC, e trionfo per l’Harry Potter della finanza. Che, tra parentesi, non volle sentir ragioni a riguardo della Mercedes, che rimase parcheggiata in garage fino alla sua maggiore età.

Da allora, il governo americano ha varato una serie di leggi e leggine che dovrebbero aiutare a prevenire un secondo caso Lebed. Ma, come è facile capire, niente di particolarmente tranchante. Jonathan, come abbiamo raccontato, non ha inventato niente. Ha semplicemente imparato dai più grandi, e li ha superati. Provate a impedire questo.

Tagged , , ,

Rispondi

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

'